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Sulle sue orme da Polizzi Generosa a Roma...

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 Gandolfo nacque a Binasco (Milano), intorno al 1200 dalla nobile ed agiata famiglia Sacchi. Riguardo alla sua infanzia e alla sua gioventù si sa ben poco. Entrò nell’ordine francescano, quando ancora era in vita San Francesco d’Assisi, e secondo i suoi biografi, prese i voti a Palermo verso il 1224-25. Abbracciata la regola francescana e ricevuto l’ordine sacerdotale iniziò quindi la missione, e nel 1256 ricevette l’ordine di aprire il Convento di Termini Imerese (PA).

Verso la fine del gennaio 1260 Gandolfo, insieme a Fra Pasquale, si diresse verso Polizzi per andarvi a predicare la Quaresima su invito della Comunità polizzana. Arrivati nei pressi di Polizzi, in Contrada San Leonardo, oggi detta Contrada San Gandolfo, i due frati si fermarono per riprendere le forze prima di arrivare in paese.

Qui avvenne il primo miracolo del santo patrono: nei pressi di una fontana frate Gandolfo scorse un giovane muto, alla ricerca con il padre, di uno giumento. Il santo lo rincuorò, il giumento venne ritrovato ed il giovane riacquistò immediatamente la parola.

Giunto a Polizzi, Gandolfo, venne accolto in una casa alle porte della Città, da una donna detta “Pisana”. Da qui passò a soggiornare all’ospizio annesso all’ospedale di San Nicolò de Franchis. In questo luogo, Gandolfo, visse l’ultimo mese della sua vita, che coincise con la Quaresima che si accingeva a predicare e l’ultima sua predica fu proprio quella del Mercoledì Santo, il 31 marzo 1260.

Morì, confortato dai sacramenti e dalla tenera devozione dei polizzani, il 3 aprile 1260, Sabato Santo, adagiandosi su un giaciglio composto da un fascio di sarmenti e da un tronco d’albero.
Il corpo venne traslato dall’Ospedale di San Nicolò alla Chiesa Madre, dove fu adagiato sulla nuda terra. Alcuni giorni più tardi, in quello stesso luogo, si videro alcuni ceri accesi e tale usanza proseguì sino al 1320, anno in cui i devoti polizzani decisero di dare una degna sepoltura alle reliquie del venerato Frate Gandolfo.

Le ossa furono raccolte in una bianca tovaglia di lino e deposte sui gradini dell’altare maggiore: furono quindi ripulite dal terriccio e lavate prima con l’acqua e poi col vino. Successivamente vennero poste in una cassa di legno e collocate in un sepolcro più degno per la devozione dei polizzani.

Nel vecchio sepolcro, che accolse per un secolo le Sacre Spoglie, spuntarono fiori di gelsomino e tale miracolo avvenne anche nel vino col quale erano state lavate. I cittadini di Polizzi chiesero quindi al Vescovo di Cefalù che il Frate di Binasco venisse proclamato Patrono della Città di Polizzi e che si introducessero due feste liturgiche: una per commemorare la morte del santo e l’altra per il rinvenimento delle reliquie.

Nel 1482, la cassa di legno contenente le spoglie, venne collocata all’interno di un’arca marmorea opera di Domenico Gagini. Nel 1549 la cassa venne rivestita con lamine d’argento dall’argentiere Di Leo.
Nel 1579 circa sopra la cassa venne collocato il busto argenteo del Santo.

Attualmente le reliquie sono custodite nella Cappella detta “di San Gandolfo”, all’interno della Chiesa Madre, nella navata destra e vengono portate solennemente in processione la terza domenica di settembre, sopra una grande vara.

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UOMINI E PROFETI

CHIESA E RAZZISMO

Chiesa e razzismo…

La lotta contro il razzismo sembra ormai divenuta un imperativo ben radicato nelle coscienze umane. La Convenzione dell’ONU (1965) ha espresso con forza questa convinzione: “Qualsiasi dottrina sulla superiorità fondata sulle differenza tra le razze è scientificamente falsa, moralmente condannabile e socialmente ingiusta e pericolosa”. La dottrina della chiesa lo afferma non meno energicamente: ogni teoria razzista è contraria alla fede e all’amore cristiano. Eppure, in contrasto con questa coscienza più matura della dignità dell’uomo, il razzismo esiste ancora e ricompare in forme sempre nuove. È una piaga che resta misteriosamente aperta nel fianco dell’umanità. Per guarirla sono necessarie molta fermezza e molta pazienza, e tutti sono chiamati a farlo.

       Ma non bisogna confondere i diversi gradi e i diversi tipi di razzismo. Il razzismo propriamente detto consiste nel disprezzo di una razza caratterizzata da una sua origine etnica, da un suo colore o dalla sua lingua. L’apartheid ne è oggi la forma più tipica e sistematica: un cambiamento è qui assolutamente necessario e urgente. Ci sono però diverse altre forme di esclusione e di rifiuto, che non sono motivate dalla razza, ma per le quali, tuttavia, le conseguenze sono simili. Bisogna opporsi fermamente ad ogni forma di discriminazione. Sarebbe ipocrita accusare un solo paese, il rifiuto di tipo razzista esiste in tutti i continenti. Molti mettono in pratica le discriminazioni aborrite dalle loro leggi.

       Il rispetto di ogni uomo e di ogni razza è il rispetto dei diritti fondamentali, della dignità, dell’uguaglianza fondamentale. Non si tratta, certamente, di cancellare le differenze culturali. Ciò che conta è, piuttosto, educare ad apprezzare positivamente la diversità complementare dei popoli. Un sano pluralismo risolve il problema dell’ottuso razzismo.

       È necessario condannare il razzismo e gli atti di razzismo. Può essere opportuno applicare misure legislative, disciplinari e amministrative a questo riguardo, senza escludere pressioni esterne appropriate. I paesi e le organizzazioni internazionali dispongono di ampio spazio per prendere o suscitare iniziative. Anche i cittadini colpiti nella loro dignità, devono impegnarsi in questo senso, senza però arrivare, con la violenza, a sostituire una situazione ingiusta con altre ingiustizie. Bisogna sempre prospettare soluzioni costruttive”.

(Pontificia Commissione “Iustitia et pax”, La chiesa di fronte al razzismo, 31)

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