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Discorso del parroco nella liturgia di inizio del ministero di parroco

23 dicembre 2012

 

Eccellenza Rev.ma,

cari confratelli presbiteri e diaconi,

gentili Autorità presenti,

sorelle e fratelli carissimi,

amici tutti

  

 

 

sento il dovere di ringraziare anzitutto lei, Eccellenza, per la fiducia che mi accorda nel chiamarmi al servizio pastorale di questa comunità di Polizzi Generosa, guidata finora da don Calogero Cerami. Personalmente - avendo sempre preferito nella mia vita come ambito ministeriale specifico quello oltremodo delicato e fecondo dell’insegnamento - non l’avevo neppure in mente né mi aspettavo la Sua proposta.  

Provo adesso quel sacrosanto timore che non si può non provare quando si viene chiamati ad assumere una particolare responsabilità ministeriale nella chiesa del Signore, e avverto un po’ di trepidazione per il fatto di considerarmi gioiosamente ‘niente’, per dirla con Giovanni XXIII; o meglio ‘servo inutile’, secondo la parola del Maestro: Lui però che, da primo, dimentico della sua dignità divina, si è fatto ultimo e servo in mezzo a noi.

È una fiducia, la Sua, che mi impegna - lo farò volentieri - a rendermene degno per quanto potrò; e a ripagarLa adeguatamente con un servizio che sia altrettanto degno di questa bella comunità parrocchiale, piccola porzione di chiesa amata dal Signore.

Naturalmente, una cosa su tutte mi preme dire a tutti voi. Per me non siete una comunità ignota o lontana ed estranea.  

Voi siete, ognuno a proprio modo, la comunità che mi ha visto nascere, crescere e maturare nella fede cristiana. È qui, proprio qui in questa chiesa, come quasi tutti voi, che ho ricevuto il battesimo nel fonte battesimale laggiù, nell’incavo a destra dell’ingresso centrale. Qui, fisicamente, ho fatto i primi passi di iniziazione alla fede frequentando i percorsi di catechesi e ricevendo i sacramenti dell’iniziazione cristiana.

Siete la comunità che mi ha successivamente visto intraprendere, appena adolescente, la via del seminario serafico prima e vescovile poi. E, sempre qui, ho fatto le prime esperienze ecclesiali di giovane seminarista, di chierico, di diacono; e infine presbitero, quando ho avuto la gioia di celebrare con molti di voi, proprio in questa chiesa madre, la mia prima messa.

Ancora in questa comunità, poi, dopo una consistente pausa - due anni sono stato vicario parrocchiale a Sant’Anna in Alia e cinque anni di studi ho trascorso a Roma - sono tornato come vicario parrocchiale, per diversi anni - parroco l’indimenticato Mons Nunzio Forti -. Né posso passare sotto silenzio quanto fatto e realizzato in questa comunità con moltissimi di voi in svariate attività educative, pastorali, liturgiche, caritative e culturali.

Mi è veramente grato, ora, ricordare con tutti la mia appartenenza a una comunità cristiana viva e gloriosa nel passato, una comunità la cui fisionomia, nel senso storicamente più facilmente attendibile, rinvia a quel frate francescano dei primi tempi, Gandolfo da Binasco, le cui reliquie riposano nella cappella alla mia sinistra. La sua predicazione quaresimale dell’anno 1260 e la sua testimonianza al Cristo Risorto, furono pienamente accolte dai nostri padri, e divennero fondamentali e propizie allo sbocciare di una fede ricca e crescente nei secoli e di una identità specifica e originalissima. Una comunità, quella polizzana che, nel corso dei secoli, è stata feconda di molteplici testimonianze di santità cristiana, esemplari, come quella del Beato Guglielmo Gnoffo, eremita; una comunità ricca nel corso dei secoli di significative presenze pressoché di tutti gli ordini religiosi, tanto maschili che femminili, la cui memoria è scritta nelle nostre vie cittadine, nelle nostre chiese e nei nostri quartieri. Una comunità ancora che ha visto i natali nel 1846 dell’eminentissimo Card. Mariano Rampolla del Tindaro. Di lui, giustamente, andiamo tutti oltremodo fieri per l’importante ruolo che da finissimo segretario di Stato di Leone XIII, egli ha rivestito a servizio della chiesa universale, e per l’essere stato - in momento storico tuttavia ancora proibitivo, di residuale sudditanza della Chiesa al volere imperiale austro-ungarico - prossimo alla stessa cattedra di Pietro. Ricorrendo l’anno prossimo, come sapete, l’anniversario della morte del cardinale (16 dicembre 2013), sarò ben felice di occuparmene attivamente per farne adeguata memoria celebrativa, qui nella nostra comunità, come a Roma nella basilica di Santa Cecilia dove si trova la sua tomba.

Mi corre anche l’obbligo - quest’oggi - di ricordare con tutti voi alcuni dei confratelli presbiteri, figure nobili, generose ed esemplari, di questa comunità parrocchiale. Fra di essi, alcuni hanno nel recente passato diversamente segnato la vita di tutti voi e in parte anche la mia.

Gli illuminati parroci mons. Casimiro Invidiata e il sac. Gandolfo Iraggi Faulisi nei primi decenni del Novecento. Successivamente, già alla mia nascita e fino al raggiungimento e oltre del mio ministero presbiterale, la comunità polizzana ha avuto come guida pastorale mons. Vincenzo Greco, tempra forte e retta, che ha traghettato questa comunità parrocchiale in un periodo particolarmente difficile e l’ha guidata nel tormentato ventennio del dopoguerra col generoso aiuto di padre Vincenzo Venturella prima e di mons. Nunzio Forti poi. Voglio ricordare a tutti voi che è a questi presbiteri, alla loro illuminata solerzia, che si deve il recupero e la salvaguardia di quanto di prezioso ha resistito alle rovine della guerra e all’incuria del tempo.

Un ricordo particolarissimo ho e abbiamo insieme, poi, di mons. Nunzio Forti: guida amichevole e affettuosa, prima in tutto l’iter della mia formazione, parroco e confratello poi nel presbiterato. Presbitero amato e vero padre di questa comunità, persona disponibile e distinta, paziente e generosa, mons. Nunzio Forti ha segnato, di riflesso, gli anni della mia presenza qui, in questa comunità, come vicario parrocchiale; come di sicuro ha profondamente segnato anche la vita di molte generazioni e persone di questa comunità.

Né voglio tacere quanto di prezioso da tale esperienza pastorale personalmente mi porto dentro. Pur nella sensibile differenza di età, di formazione, di percezione pastorale, ha sempre consentito e, anzi, promosso una attiva corresponsabilità ecclesiale e ministeriale. Attento sia al rapporto umano e interpersonale che al dialogo presbiterale e pastorale si è aperto - per quanto e tutto ciò che gli è stato possibile per la differente formazione teologica e culturale - a notevoli sinergie operative e ad apporti costruttivi e arricchenti l’unica azione pastorale.

Voglio ricordare ancora don Pasquale Lavanco, vivissimo ancora nella memoria di questa comunità, che tanto ha dato a questa comunità di Polizzi Generosa, soprattutto come vicario parrocchiale nella parrocchia suffraganea di sant’Orsola; il sac. Gandolfo Mangialino, figura anche lui esemplare nella vita di questa comunità, seppure impegnato in molteplici attività diocesane; e poi, i sacerdoti cappuccini, padre Matteo Lo Re, padre Gandolfo Picciuca, padre Flaviano Farella, il carissimo padre Michelangelo Scarpinato la cui dolcezza di carattere e abilità scultorea del legno tutti abbiamo conosciuto e apprezzato.

Ritrovo perciò oggi - devo dire con intima gioia - non solo la comunità da cui provengo, ma anche la comunità in cui ho lavorato per trent’anni e che ha alle spalle questa ricca storia di fede e di testimonianza cristiana.

Mi pare superfluo perciò “dire molto” a tutti voi, che mi siete stati familiari e vicini da molto tempo. Tutti mi conoscete e tutti ugualmente conosco. Limiti e, forse, qualche pregio della mia persona, non vi sono ignoti. Non ignoti mi sono, ugualmente, i molti pregi e, forse, qualche limite, che come comunità polizzana ci portiamo cucito addosso. Rivedo e abbraccio tutti con vera gioia nel Signore. Sono contento di rimettermi nuovamente al lavoro qui, seppur con qualche fibra di energia fisica in meno.

Sento anzitutto di dover augurare a tutti un cammino ancora fecondo nella fede; nella forte convinzione, però, che se è il parroco a guidare la comunità, ugualmente vero è che obiettivi e mete da raggiungere, dovranno essere pensati, voluti e realizzati in comunione di cuore e di intenti. Indispensabili perciò - vi supplico e ve lo chiedo oggi con tutto il cuore - un’attiva partecipazione e una piena corresponsabilità: unica essendo la vocazione cui siamo chiamati, indivisa la missione che appartiene al popolo dei battezzati, unico il traguardo che - come corpo di Cristo, popolo profetico, sacerdotale e regale - abbiamo davanti.

Per il resto, carissimi, traccia del nostro cammino comunitario altra non sarà che quella che Sua Eccellenza, ha voluto offrire alla nostra comunità diocesana il 20 ottobre nella cattedrale di Cefalù. È una traccia che s’ispira alle indicazioni dell’episcopato italiano per il decennio 2010-2000 e, più ancora, al prezioso insegnamento del concilio Vaticano II. Programma della parrocchia - ve lo anticipo adesso - sarà perciò quanto enunciato nel titolo e sottotitolo del documento che ci è stato consegnato: Lasciamoci educare da Dio. La riscoperta del Concilio nell’Anno della fede. Il coraggio di un vero rinnovamento pastorale.

Faremo quindi tesoro soprattutto - in particolare in questo che è l’Anno della fede! - della luminosa eredità del concilio Vaticano II, di cui ricorre il 50° anniversario della celebrazione, vera bussola pastorale, come ebbe a definirlo Giovanni Paolo II, per la chiesa di oggi e di domani. Sarà quindi ciò che lo Spirito di Dio ha suggerito ai padri conciliari nelle costituzioni, nei decreti e nelle dichiarazioni conciliari, a guidarci prioritariamente e tenacemente sia nei processi formativi e nella catechesi, sia nella nostra azione pastorale ed ecclesiale.

Sentiremo quest’obbligo - e, soprattutto, la gioia - di metterci sulla strada del Concilio, non solo perché, a cinquant’anni dalla sua celebrazione, gravi ritardi e pigrizie, oltre che ignoranze, sono spesso largamente diffuse all’interno della comunità cristiana, ma soprattutto perché non possiamo non avvertire - oggi più di ieri - la necessità che la chiesa di Dio, e anche la nostra comunità, ha di purificarsi da rughe ed ombre che ne offuscano il volto e ne rallentano il cammino sulla via del Vangelo.

Così, dovremo sentire, come disse Paolo VI nell’omelia del 7 dicembre 65, a conclusione del concilio, «il bisogno profondo di conoscere, di avvicinare, di comprendere, di penetrare, di servire, di evangelizzare la società circostante, e di coglierla, quasi di rincorrerla nel suo rapido e continuo mutamento».

Dovremo fare in modo che il «messaggio cristiano nella circolazione di pensiero, di parola, di cultura, di costume, di tendenza dell’umanità, quale oggi vive e si agita» (Ecclesiam suam 70) s’incarni pienamente e gioiosamente nel tempo attuale. Dovremo essere, come comunità cristiana, antenna ricettiva di ciò che ci sta intorno, cogliendo bisogni e aspirazioni non più soddisfatti da risposte antiche e preconfezionate e assumere tanto il paradigma del Buon Samaritano, che l’icona del Buon Pastore che dà la vita per le sue pecorelle.

A tutti è nota, infatti, la frattura odierna tra fede e vita, tra messaggio cristiano e cultura. Né pochi sono ormai, anche nel nostro ambiente, i fratelli che vivono in modo molto defilato la loro appartenenza ecclesiale o che la rifiutano esplicitamente.

Sappiamo tuttavia, malgrado le apparenze, che non è spenta la sete di vita e di autenticità nascosta nel cuore di ognuno di essi e sappiamo anche del profondo desiderio che essi hanno del Vangelo della vita, per quanto lontani o smarriti. Molti, è vero, saranno anche pervasi di ideologie e di pregiudizi inveterati. Non dobbiamo tuttavia nasconderci che, sempre più spesso, sono fratelli che non riusciamo più a toccare, a sensibilizzare; siamo noi che non riusciamo più a proporre il seducente messaggio del Vangelo; anzi, più spesso - occorre dircelo chiaramente - siamo noi che allontaniamo con le nostre incoerenze, con la nostra fragile testimonianza di fede, con la nostra vana e sterile pratica religiosa, con la religiosità lontana dal Vangelo, propinata come opzione consolatoria, rifugio alienante rispetto alla vita concreta e alla storia unica e irripetibile delle persone.

Penso in questo momento soprattutto al mondo giovanile. Non è forse vero che molti giovani restano purtroppo interdetti dalle nostre immotivate grettezze, dalle nostre rigide chiusure alla vita, alla bellezza, alla libertà dell’uomo?

Vengono scoraggiati dalla nostra paura ad aprirci ai problemi concreti del mondo e della vita sociale e culturale. Si stupiscono della nostra indolenza e pigrizia a leggere i segni dei tempi, a partecipare da protagonisti agli eventi storici, sociali e culturali; sono delusi dalla nostra incapacità a proporre un’esperienza umana e cristiana integrale.

Ai giovani perciò, soprattutto a loro, dedicherò una particolarissima attenzione, come in moltissimi di voi mi hanno già raccomandato; e in ciò altro non farò che assumere l’eredità del caloroso messaggio finale che i padri conciliari hanno consegnato ai giovani: quella di far sempre più giovane la chiesa di Cristo.

Metterò il concilio davanti a me a voi. Il rinnovamento della Liturgia, la centralità della Parola di Dio, l’articolazione ministeriale della chiesa popolo di Dio, il dialogo tra la chiesa e il mondo, saranno i punti cardinali della nostra vita parrocchiale.

Mi abbandono perciò - permettetemelo - a un sogno: vedo la parrocchia come comunità, attiva e impegnata, aperta e ospitale, libera da paure o chiusure immotivate. Una comunità gioiosamente disponibile a quanti si accostano, a quanti cercano la voce del Pastore, mai accanita a far le bucce o a far pagare pegno a quanti, già gravati dal peso del peccato e dalla sofferenza interiore, il Signore vede avanti su tutti nel regno di Dio; una comunità nella quale mai la persona venga sacrificata al sabato; nella quale il primo sia considerato l’ultimo e i membri deboli onorati più dei forti.

Vedo e voglio una comunità nella quale i doni dello Spirito siano percepiti e vissuti solo, esclusivamente, come servizio, piuttosto che come posizioni di potere o spazi da monopolizzare; nella quale i servizi e i ministeri siano vissuti come generosa disponibilità ad edificare la chiesa piuttosto che come privilegi e accaparramenti personali; comunità dove anche la diversità e la pluralità di idee e di operazioni, siano considerate - con letizia e senza gelosie! - contributi alla pienezza dell’unità, risorse per una più ricca comunione nel corpo di Cristo.

Penso e sogno, ancora, una comunità che, nello Spirito, cerchi di discernere sempre di più e meglio il disegno di Dio sull’uomo; che sappia, quindi, concentrarsi su ciò che è veramente centrale nella fede cristiana, senza attardarsi troppo, come spesso avviene con stolta e grave miopia, su ciò che spesso è solo marginale, accessorio o, addirittura, deviante rispetto all’unica cosa veramente essenziale e necessaria.

Vedo e sogno infine una comunità che abbia il cuore di Cristo: che si misuri cioè sull’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità del Suo amore per l’uomo. Una comunità, perciò, attenta e sensibile ai problemi del territorio; in sintonia con la gente umile e sincera delle nostre case e delle nostre strade; partecipe delle gioie e delle sofferenze quotidiane di quanti, soprattutto in questo momento di grave crisi, stentano ad andare avanti; accanto a quelli che faticano a trovare lavoro e dignità per sé e per la propria famiglia; strutturalmente solidale e china su coloro che vengono - spesso oltremisura - provati dalla vita stessa e dalle sue difficoltà, dalla sofferenza e dalla malattia, dal lutto e dal dolore e spesso - più grave di ogni cosa - da disperante abbandono e solitudine.

L’azione pastorale non è ovviamente toccasana magico per tutti i mali e per le povertà che accompagnano la nostra vita. E, tuttavia, la nostra comunità cristiana è chiamata, se vuole essere la comunità del Signore Gesù, a farsi assolutamente prossima a tutti, a prolungare i gesti del buon samaritano, a versare vino e olio sulle ferite e le piaghe di quella carne umana che il Verbo di Dio ha fatto sua.

Non posso tacervi, infine, sorelle e fratelli carissimi, che la comunità che oggi Sua Eccellenza mi chiama a guidare, ha il suo ‘bel da fare’ con ‘certe cose’; e tra queste, col suo patrimonio di beni culturali, soprattutto immobili; bisognosi tutti - chiese soprattutto - di interventi, di restauri e manutenzioni varie.

Sarà un grosso impegno da portare avanti e ne farò un impegno prioritario, ben sapendo quanto orgogliosi siete e siamo di questi beni che sono - voglio ricordarlo - prima che semplici beni storico-artistici, memoria eloquente e testimonianza viva della fede e dell’operosità di generazioni e generazioni di nostri padri. Curarsi di questi beni, sarà ancora oggi, come lo è stato nel recente passato, come dover scalare una parete verticale, ma cercheremo insieme di fare quanto possibile e quanto consentono gli inevitabili ostacoli e gli invincibili limiti economici e burocratici, perché tali preziosi beni siano non solo conservati e migliorati ma, possibilmente, resi accessibili e fruibili dalla comunità. Anche a questo riguardo, però, ci sarà bisogno di aiuto e partecipazione da parte di tutti, oltre che della sensibilità e della disponibilità delle istituzioni preposte.

Per ultimo, devo dei ringraziamenti a tutti indistintamente. Ancora un grazie filiale a Lei, Eccellenza, per l’incarico seppur pesante e faticoso che oggi mi affida. Un ringraziamento sincero alle gentili Autorità civili e militari, al sig. Commissario del Comune di Polizzi, il Dottor Giuseppe Petralia, al sig. Presidente del Consiglio Comunale e ai membri del Consiglio che hanno voluto farmi dono della loro cortese presenza. Sappiate tutti che la parrocchia sarà a servizio pieno della nostra gente, senza alcuna preclusione o riserva, che sarà sempre disponibile e, anzi, desiderosa di operare sinergicamente nel rispetto dei propri ambiti di competenza e aperta a ogni feconda interazione specialmente nel campo educativo, sociale, culturale.

Un ringraziamento sincerissimo a tutti i confratelli nel presbiterato presenti, in modo particolare, a coloro che ho la gioia e l’onore di avere come testimoni: a mons. Crispino Valenziano, impareggiabile maestro, amico e fratello; indispensabile punto di riferimento di studio, di ricerca e di vita; mi è difficile dire la misura del mio debito nei suoi confronti, già dal tempo del seminario quando vice-rettore contribuì in modo decisivo, per la sua parte, ad aprire mente e cuore al Vangelo di Cristo e al mistero della chiesa come andava configurandosi nel provvidenziale evento conciliare; e poi da confratello nel presbiterato; a mons. Giorgio Balsamello, presbitero esemplare della nostra chiesa. Gratificato dalla sua costante attenzione e amicizia fraterna, sono stato sempre stato edificato dalla soavità e squisitezza del suo carattere, dal calore del suo tratto umano, dalla sua intelligenza pastorale. Devo davvero molto alla sua stima e al suo apprezzamento, alla sua testimonianza umana e pastorale, che continuano ancora ad essermi di grande aiuto e stimolo.

Un ringraziamento ancora a mons. Raffaele Anselmo: non dimentico, e gli sono ancora grato e riconoscente, il debito di formazione, e non solo, che ho nei suoi confronti dai tempi del seminario e in molte circostanze di vita. Un ringraziamento al carissimo don Luca Albanese, fratello e figlio nello stesso tempo; gli sono grato della fiducia e della lunga e sincera amicizia, che coltiverò sempre con cura paterna e fraterna; lo avrò accanto - spero, anzi ne sono sicuro - a darmi una mano di aiuto nell’azione pastorale. Un grazie sentitissimo ai carissimi presbiteri presenti e assenti di Polizzi: don Francesco Lo Bianco, don Santino Scileppi, don Sandro Orlando, don Domenico Zafarana, padre Angelico, don Luigi Gagliardotto. Un vivissimo grazie anche ai presbiteri amici presenti di altre parrocchie, ai diaconi presenti, a don Salvatore Spagnuolo, al seminarista Giuseppe Albanese, e a quanti, essendo impediti, si sono ugualmente resi presenti nello Spirito e nella preghiera.

Un vivissimo grazie anche ai miei carissimi familiari presenti (papà e mamma mi guardano ormai dal cielo di Dio e sicuramente pregheranno per me): un grazie senza parole a mia sorella Maria, prezioso e insostituibile sostegno e aiuto familiare; a mio fratello Mimì che si è costantemente curato e preoccupato per me, a mio cognato Santino e a mia cognata Maria, a tutti i nipoti e pro-nipoti carissimi, cui chiedo di essermi, per quanto possibile, accanto. Un grazie al mio fratello maggiore, Franco, e a tutti i miei nipoti lontani, purtroppo impossibilitati ad essere presenti oggi.

Un ringraziamento, ancora, ai numerosi amici, alunni, ex alunni, alcuni venuti da fuori, persone care e preziose, da cui ricevo - mi sembra l’occasione giusta per dirlo - sempre una forte spinta e motivazione a un impegno presbiterale e ministeriale sempre più qualificato ed esigente, e che rendono il lavoro ministeriale sempre gioioso e leggero.

Un ringraziamento alla prof.ssa Elisa Macaluso, che si è fatta portavoce del saluto di accoglienza da parte della comunità, a quanti hanno contribuito a preparare questo giorno, a quanti hanno preparato e animato questa celebrazione liturgica d’inizio del mio ministero di parroco. Un grazie a don Pietro Piraino, al prof. Totuccio Grisanti e alla prof.ssa Piera di Gangi, che in spirito di autentica amicizia, hanno guidato nei giorni scorsi la comunità parrocchiale a prepararsi all’inizio del mio ministero di parroco.

Un ringraziamento, infine - se permettete, il più affettuoso e sincero - a tutti voi fedeli, laiche e laici, a ognuno di voi qui presenti, perché siete voi tutti la ragione prima ed ultima del ministero presbiterale; con gentile preghiera di farvi portavoce del mio affettuoso saluto anche a chi è assente.

Non posso in questo momento non ricordare anche tutti i nostri compaesani, figli di questa terra bellissima, che sono fuori per motivi di lavoro. Molti di loro mi hanno già raggiunto con i loro auguri, a loro voglio far giungere il mio pensiero e la mia vicinanza.

Nei giorni scorsi ho visitato molti malati della nostra comunità. Anche loro in questo momento di gioia porto nel cuore, affidandoli tutti e ciascuno alla nostra preghiera.

Un pensiero gradito voglio rivolgere ancora a tutti quelli, vicini e lontani, che mi hanno “bombardato” di messaggi via facebook; in maniera particolarissima ai tanti bambini che mi hanno commosso con la loro freschezza e la loto simpatia.

Alla Vergine Maria, che la liturgia di questa quarta domenica d’Avvento mette al centro del mistero della redenzione, a Lei che ha generato nella sua carne l’Unigenito Verbo di Dio, affido l’inizio del mio ministero pastorale di parroco, che, proprio di quella nascita e di quel mistero che Lei si è portata dentro, vuole essere fedele e attuale prolungamento in mezzo a voi.  

 


 

 

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UOMINI E PROFETI

PENSIERO DEL GIORNO

« Signore. manca la cosa essenziale. A parole dico che mi affido a te; ma le mie azioni dimostrano che colui nel quale confido sono io stesso e che ho ancora paura di Te. Prendi finalmente la mia vita nelle Tue mani, e fa' di me tutto quello che vuoi. Mi dono al Tuo amore, e intendo perseverare in questa offerta. senza respingere né le cose dure né quelle piacevoli che Tu hai preparate per me. A me basta che Tu sia glori­ficato. Tutto quello che hai disposto è bene. Tutto è amore. La via che hai aperto dinanzi a me è facile, in con­fronto con la via dura della mia volontà che conduce indietro... Se Tu permetterai che la gente mi lodi, non mi preoccuperò. Se tu farai sì che mi biasimino, me ne preoccuperò ancor meno, anzi ne sarò felice. Se Tu mi manderai lavoro, lo abbraccerò con gioia, ed esso sarà riposo per me, perché è la Tua volontà. E se mi manderai riposo, riposerò in Te.  Solo salvami da me stesso. Salvami dal mio intimo, venefico impulso di mutare ogni cosa, di agire senza ragione, di muovermi per amore del movimento, di mettere sossopra tutto ciò che hai ordinato. Che io riposi nella Tua volontà e rimanga in silenzio. Allora la luce della Tua gioia riscalderà la mia vita. Il suo fuoco arderà nel mio cuore e brillerà per la Tua gloria. Per questo vivo. Amen. Amen ».

Da il segno di Giona di Thomas Merton

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