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A 50 anni dal Concilio

Scrive il nostro Vescovo a proposito della formazione dei laici:Ci sarà da scrollarsi di dosso una certa ignavia pastorale, sottrarsi all’aria stanca e pesante dei meandri delle sagrestie”, dal bigottismo “per nulla interessato alla evangelizzazione e all’impegno attivo della fede nel mondo, solo proteso ad una calendarizzazione meccanica dell’agenda sacrale.  Di più, occorre scuotersi di dosso paure e timori che impediscono di assumersi responsabilità dirette e personali”. (Indicazioni pastorali 2016-17, Uno solo è il vostro Maestro). 

Dobbiamo scuoterci veramente dal torpore. Quello che facciamo è ancora molto poco rispetto alle nostre possibilità. Vi invito a riflettere bene sulle parole di papa Francesco:Molti laici temono che qualcuno li inviti a realizzare qualche compito apostolico, e cercano di fuggire da qualsiasi impegno che possa togliere loro il tempo libero. Oggi, per esempio, è diventato molto difficile trovare catechisti preparati per le parrocchie e che perseverino nel loro compito per diversi anni. Ma qualcosa di simile accade con i sacerdoti, che si preoccupano con ossessione del loro tempo personale. Questo si deve frequentemente al fatto che le persone sentono il bisogno imperioso di preservare i loro spazi di autonomia, come se un compito di evangelizzazione fosse un veleno pericoloso invece che una gioiosa risposta all’amore di Dio che ci convoca alla missione e ci rende completi e fecondi. Alcuni fanno resistenza a provare fino in fondo il gusto della missione e rimangono avvolti in un’accidia paralizzante” (Evangelii Gaudium 81).

L’esigenza di crescere è un imperativo che non possiamo più trascurare. Dice ancora il papa:  Tutti noi siamo chiamati a crescere come evangelizzatori.  Al tempo stesso ci adoperiamo per una migliore formazione, un approfondimento del nostro amore e una più chiara testimonianza del Vangelo. In questo senso, tutti dobbiamo lasciare che gli altri ci evangelizzino costantemente; questo però non significa che dobbiamo rinunciare alla missione evangelizzatrice, ma piuttosto trovare il modo di comunicare Gesù che corrisponda alla situazione in cui ci troviamo” (Evangelii Gaudium 121).

Quanto ci dicono il vescovo e il papa è invito a ad essere più attivi e responsabili nel nostro servizio alla chiesa. La nostra comunità, per grazia di Dio, vede molte persone impegnate e attive. Però, se devo essere sincero,  accanto a tanta buona volontà, noto anche una certa accidia e indifferenza - come dice il papa - ai momenti formativi comuni e a un vero impegno comunitario nella vita parrocchiale. Mi pare – spero davvero di sbagliarmi – che molti operatori snobbino o ignorino con leggerezza gli incontri comuni, ritenendo forse tali incontri noiosi, inutili o perditempo. In tal modo, però, viene gravemente sottovalutata l’esigenza della crescita comune; così si dà l’impressione di essere cristiani già arrivati, bell’e soddisfatti di quel poco che si fa, non più bisognosi di capire e di approfondire la verità del Signore, non desiderosi di rinnovarsi e di mettersi sempre in gioco nel dare risposta sempre più puntuale alle esigenze del Vangelo.

Non ignoro le difficoltà reali che in qualche caso possono impedirci di essere presenti agli incontri e agli impegni comunitari. Tuttavia ho l’impressione, senza voler mancare di fiducia verso nessuno di voi, che a volte, pur potendo essere presenti agli incontri, ci si lascia prendere da una certa leggerezza e ‘lagnusia’, e si trovano scuse facili per assentarsi, per rifiutare impegni costanti e coinvolgimenti attivi.

Sento il dovere di dirvi che, nel caso ci fosse veramente accidia e indifferenza – mi auguro davvero di no! – questo sarebbe il modo meno buono di svolgere il proprio servizio alla comunità parrocchiale. Niente di più grave che lasciarsi prendere da questi ‘vizi’ che il papa condanna con forza e che rendono la comunità piatta, grigia e tiepida. Chiedo perciò caldamente e affettuosamente ad ognuno di voi - catechisti, ministri straordinari, cantori, operatori caritas, decoro e pulizia – di volere riprendere il vero senso del servizio e del ministero alla comunità.

Quando ci si sente chiamati ad un servizio e si accetta questa chiamata, la prima qualità che deve emergere dalla persona che liberamente accetta, è il senso di fedeltà e di responsabilità. Questo significa che quel servizio deve essere svolto al meglio possibile. Significa, anche, che a quel servizio dobbiamo essere veramente preparati e formati. La preparazione è indispensabile e va considerata una parte essenziale del servizio stesso. Nessuno può esimersi da tale dovere. Ciò significa che i momenti formativi comuni sono indispensabili e necessari. Non può essere perciò accettata una assenza sistematica e non giustificata alle attività formative.

Spesso ci lamentiamo della mancanza di organizzazione, del disinteresse e del menefreghismo altrui. Chiedo ad ognuno di voi di guardare solo alla propria coscienza e alla propria responsabilità. Sono convinto che se le cose spesso non vanno bene è responsabilità di ognuno di noi, prima che degli altri. Vi invito perciò a mantenere un vivo senso di questa responsabilità personale e ministeriale e, quindi, di avere sempre il senso del proprio dovere, nonché la doverosa delicatezza di informare delle vostre assenze e delle proprie difficoltà nello svolgimento del proprio ministero, di far conoscere problemi e preoccupazioni personali e comunitari, ecc.

Mi preme dire anche che i ministeri non si esercitano allo scopo di avere un potere o di emergere sugli altri. Non sono fette di spazio personale e di influenza sugli altri; né devono essere motivo di gelosie, o permalosità varie. Non sono per l’autogratificazione personale o per avere motivi di vantarsi. I ministeri sono servizi offerti al Signore e solo a Lui. Essendo ‘doni’ di servizio, sono generosa risposta ai carismi che lo Spirito distribuisce liberamente ad ognuno di noi. Perciò i servizi ministeriali richiedono umiltà, pazienza, comprensione, creatività, generosità; e poi, sempre, collaborazione, cooperazione, attenzione agli altri, ascolto reciproco, gentilezza e cordialità. Tutto deve essere fatto per la gloria del Signore.

Rivolgendomi ora ad ognuno di voi personalmente, se riconoscete che vi è stato fatto un dono dallo Spirito, allora ognuno risponda generosamente e fedelmente al dono ricevuto, senza mezze misure, senza lagnanze e mugugni, senza stabilire confronti con altri: ognuno risponda personalmente al Spirito di Dio e tiri fuori dal cuore il meglio che ha, solo il meglio, per costruire la comunità e il Corpo stesso del Signore che è la Chiesa. Il nostro unico modello è Cristo Gesù, che si è fatto l’ultimo e il servo di tutti.

Nessuno è obbligato. Ma se assumiamo un compito nella comunità facciamolo nel modo migliore, con entusiasmo e con gioia; facciamolo solo per la bellezza della Chiesa e per l’edificazione della comunità cui apparteniamo. Chi esercita un ministero nella chiesa deve brillare per generosità, per saggezza, per puntualità, per rispetto verso gli altri, per  accoglienza e disponibilità, per umiltà, per sensibilità.

Il mio augurio finale è che ognuno di voi, con la propria competenza, possa sentirsi responsabile di tutto quello che avviene in parrocchia. Nessuno deve aspettare che siano gli altri a organizzare, ad attivare energie, a preparare ciò che è necessario all’occorrenza. Nel massimo rispetto di ogni ruolo e di ogni persona – rispetto che dobbiamo coltivare sempre al massimo! - è necessario che tutti avvertiamo una comune responsabilità nel migliorare lo svolgimento di tutte le nostre attività pastorali parrocchiali, nessuna esclusa.

Tra tutte le attività comuni, raccomando in modo particolare la massima cura che tutti dobbiamo mettere nella celebrazione eucaristica, che è l’immagine riflessa di ciò che la chiesa è, di ciò che essa crede e celebra, del suo essere nello Spirito corpo articolato e vivo, un cuor solo e un’anima sola nel Signore.

Con affetto

P. Gianni

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UOMINI E PROFETI

PENSIERO DEL GIORNO

« Signore. manca la cosa essenziale. A parole dico che mi affido a te; ma le mie azioni dimostrano che colui nel quale confido sono io stesso e che ho ancora paura di Te. Prendi finalmente la mia vita nelle Tue mani, e fa' di me tutto quello che vuoi. Mi dono al Tuo amore, e intendo perseverare in questa offerta. senza respingere né le cose dure né quelle piacevoli che Tu hai preparate per me. A me basta che Tu sia glori­ficato. Tutto quello che hai disposto è bene. Tutto è amore. La via che hai aperto dinanzi a me è facile, in con­fronto con la via dura della mia volontà che conduce indietro... Se Tu permetterai che la gente mi lodi, non mi preoccuperò. Se tu farai sì che mi biasimino, me ne preoccuperò ancor meno, anzi ne sarò felice. Se Tu mi manderai lavoro, lo abbraccerò con gioia, ed esso sarà riposo per me, perché è la Tua volontà. E se mi manderai riposo, riposerò in Te.  Solo salvami da me stesso. Salvami dal mio intimo, venefico impulso di mutare ogni cosa, di agire senza ragione, di muovermi per amore del movimento, di mettere sossopra tutto ciò che hai ordinato. Che io riposi nella Tua volontà e rimanga in silenzio. Allora la luce della Tua gioia riscalderà la mia vita. Il suo fuoco arderà nel mio cuore e brillerà per la Tua gloria. Per questo vivo. Amen. Amen ».

Da il segno di Giona di Thomas Merton

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