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A 50 anni dal Concilio

.

Venuto come inviato da Cristo, Gandolfo ha preso alla lettera, come discepolo della prima ora di Francesco di Assisi, il Vangelo: partito senza ricchezze, con un saio addosso, non prendendo nulla per il viaggio, né bisaccia né sandali, né due tuniche, né pane, né denaro; è venuto mandato da Cristo, operando segni del Regno, curando e guarendo i malati, consolando gli afflitti, annunziando a tutti la pace. È venuto ed è rimasto qui, ha fissato qui la sua casa; è rimasto qui come patrono e amico della nostra comunità negli anni e nei secoli. Dal 1260, ogni generazione ha sempre rinnovato con Lui un patto di fede, di amicizia, di fedeltà.

Oggi tocca a noi rinnovare questo patto d’amicizia e di fedeltà. Tocca a noi dire e raccontare alla generazione futura i prodigi che, per il ministero del Beato Gandolfo, lo Spirito di Dio compì allora e continua a compiere ancora oggi in noi, nella nostra comunità. Tocca noi il privilegio di farci portatori non di una statua o di un’urna semplicemente preziosa, ma soprattutto di un patto, di un’alleanza. Tocca a noi farci oggi portatori e testimoni di una relazione di un’amicizia e di una fedeltà che si rinnoveranno ancora negli anni a venire.

Il profumo che emana dalla sua urna, fratelli e sorelle, è il profumo di Cristo, è il profumo che emana dal suo vangelo; e il buon odore che emana dai ramoscelli di gelsomino che adornano il suo busto argenteo altro non è che il buon odore della grazia di Cristo, il balsamo che inebria e che salva. Rendiamo grazie a Dio per questo rinnovato dono. Esprimiamo dal profondo del cuore la nostra gratitudine al Signore.

È una gratitudine però, fratelli e sorelle, che deve farsi anche impegno a custodire attentamente e a conservare gelosamente questo dono. Una gratitudine che deve farsi responsabilità vigile per l’oggi della nostra storia e per le generazioni future.

Occorre perciò che oggi, sinceramente e lealmente, facciamo verità dentro di noi. Se vogliamo mantenere viva la nostra relazione con San Gandolfo, dobbiamo anche noi tenerci stretti a quel libro che tiene in mano, a quel Verbo che si è fatto carne, a quella Parola che si è fatta pane, a quel Verbo divino che si è fatto cibo e bevanda di salvezza.

Non disperdiamo il profumo di Cristo nella nostra vita, non smarriamo mai la strada del Vangelo, la via delle beatitudini, la via della misericordia e della giustizia; non smarriamo la strada della fraternità universale, la strada della pace e dell’amore fra gli uomini. Non oscuriamo la forza dirompente e rivoluzionaria del vangelo nella nostra vita quotidiana, nel nostro impegno umano e sociale.

Gandolfo, qui in questa chiesa, dal pulpito di questa chiesa, ci ha parlato del battesimo in Cristo, della vita nuova innestata in noi dal sigillo dello Spirito di Dio. Ci ha parlato di noi tralci legati alla vite, membra del suo stesso corpo; ha parlato di noi profeti sacerdoti e re, chiamati a proclamare in mezzo agli uomini le meraviglie della misericordia di Dio.

Come essere e sentirsi discepoli di Cristo, e figli devoti del nostro protettore, se abbandonando il profumo di Cristo, seguissimo la via dei superbi e degli arroganti, se sposassimo la causa degli empi e dei malvagi di questo mondo, se abbracciassimo la via della violenza e della prepotenza.

Sono purtroppo molti oggi i modi che possono portarci lontani da Cristo, che possono farci eludere il Vangelo e chiudere il cuore alla verità. Sono molte le maniere per rendere vana la nostra fede e la croce di Cristo e rendere scipita e insipida la parola di Dio.

Si, si. Si può entrare molte volte in chiesa, partecipare alla messa, e uscirne come prima e qualche volta peggio di prima; entrare in chiesa, ascoltare la Parola e lasciarsi scorrere addosso questa parola, come nulla fosse, come seme che cade nella terra battuta o in mezzo alle spine.

Possiamo pregare, pregare, e però far solo finta di pregare, illudersi di far cosa gradita a Dio; pregare ma non essere ascoltati da Dio, perché Dio non ama le finzioni, le apparenze, le preghiere vuote e interessate.

Possiamo invocare e baciare il crocifisso e tuttavia ignorare che quel crocifisso ha in abominio i nostri comportamenti incoerenti e ipocriti, le nostre malizie, le nostre invidie, le nostre furbizie.

Possiamo gridare “misericordia, misericordia” – lo facciamo ogni anno per la Festa del Crocifisso - e ignorare colpevolmente, subito dopo, che il vero crocifisso è presente nel volto dei poveri e degli ultimi della terra, nelle persone disprezzate e confinate ai margini della società, in coloro che, con tanta supponenza, consideriamo scarti di umanità, rifiuti indigesti e immondi da eliminare dalle nostre strade dalla nostra vista.

Possiamo orgogliosamente sentirci e vantarci di essere cristiani, sbandierare la nostra civiltà cristiana e rifiutare, subito dopo, da perfetti egoisti e individualisti, ogni forma di fraternità e di solidarietà, ogni forma di giustizia e uguaglianza fra gli uomini; e - da perfetti razzisti - fare differenze, differenze omicide, fra uomo e uomo, fra uomo e donna, fra uomo bianco e uomo nero, fra uomini che hanno diritti e uomini che non ne hanno o non devono averne.

Possiamo venire in chiesa, pretendere i sacramenti, il battesimo per i figli e ignorare che la grazia di Cristo che ci fa rinascere uomini nuovi, ci impegna assolutamente a rispettare infinitamente ogni fratello e sorella, a rimuovere ogni ostacolo al pieno riconoscimento della dignità divina di ogni uomo, a riconoscere ed accogliere, senza se e senza ma, Cristo nel fratello affamato o assetato, nudo o malato, forestiero o in carcere.

Possiamo, in conclusione e in una parola - ecco il paradosso e anche lo scandalo vero! - sentire qui in chiesa le parole ultimative, conditio sine qua non di una vera sequela di Cristo, che dice “quello che fate al più piccolo dei miei fratelli lo fate a me e quello che non fate al più piccolo dei miei fratelli, non lo fate a me” e poi accodarsi tranquillamente, in perfetta malafede, a quelli che, a dispetto del Vangelo non gliene importa nulla né dei poveri ne degli ultimi, e anzi accusano di ‘buonismo’ coloro che si prodigano a salvare vite - dico salvare vite - soccorrere naufraghi e disperati.

Tutto questo può accadere e purtroppo accade. Eccome.

Festa intima e profonda questa di san Gandolfo; solennità che ci esalta e ci rallegra. Non illudiamoci però di celebrare bene questa festa se la viviamo nella superficialità e nella banalità, nella contraddizione più lampante con la Parola del Vangelo, con l’esigenza di una vita nuova, di un rinnovamento radicale della nostra mente; con l’esigenza di una conversione piena dei nostri atteggiamenti e del nostro agire.

Restiamo perciò fortemente legati a Gandolfo, alla sua eredità, al Vangelo che porta in mano. Non disperdiamo il buon odore del Vangelo nella nostra vita. Non tradiamo la nostra vocazione cristiana. Accogliamo con fede e docilità l’invito paterno di Gandolfo, le sue correzioni di padre. Acquistiamo la sapienza e l’intelligenza per essere veramente degni del Figlio dell’uomo e dell’amicizia e protezione del nostro patrono. Amen

avvisi

SINODO GIOVANI 2018

Il documento preparatorio

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                                                     Perché il Sinodo sui giovani

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UOMINI E PROFETI

CHIESA E RAZZISMO

Chiesa e razzismo…

La lotta contro il razzismo sembra ormai divenuta un imperativo ben radicato nelle coscienze umane. La Convenzione dell’ONU (1965) ha espresso con forza questa convinzione: “Qualsiasi dottrina sulla superiorità fondata sulle differenza tra le razze è scientificamente falsa, moralmente condannabile e socialmente ingiusta e pericolosa”. La dottrina della chiesa lo afferma non meno energicamente: ogni teoria razzista è contraria alla fede e all’amore cristiano. Eppure, in contrasto con questa coscienza più matura della dignità dell’uomo, il razzismo esiste ancora e ricompare in forme sempre nuove. È una piaga che resta misteriosamente aperta nel fianco dell’umanità. Per guarirla sono necessarie molta fermezza e molta pazienza, e tutti sono chiamati a farlo.

       Ma non bisogna confondere i diversi gradi e i diversi tipi di razzismo. Il razzismo propriamente detto consiste nel disprezzo di una razza caratterizzata da una sua origine etnica, da un suo colore o dalla sua lingua. L’apartheid ne è oggi la forma più tipica e sistematica: un cambiamento è qui assolutamente necessario e urgente. Ci sono però diverse altre forme di esclusione e di rifiuto, che non sono motivate dalla razza, ma per le quali, tuttavia, le conseguenze sono simili. Bisogna opporsi fermamente ad ogni forma di discriminazione. Sarebbe ipocrita accusare un solo paese, il rifiuto di tipo razzista esiste in tutti i continenti. Molti mettono in pratica le discriminazioni aborrite dalle loro leggi.

       Il rispetto di ogni uomo e di ogni razza è il rispetto dei diritti fondamentali, della dignità, dell’uguaglianza fondamentale. Non si tratta, certamente, di cancellare le differenze culturali. Ciò che conta è, piuttosto, educare ad apprezzare positivamente la diversità complementare dei popoli. Un sano pluralismo risolve il problema dell’ottuso razzismo.

       È necessario condannare il razzismo e gli atti di razzismo. Può essere opportuno applicare misure legislative, disciplinari e amministrative a questo riguardo, senza escludere pressioni esterne appropriate. I paesi e le organizzazioni internazionali dispongono di ampio spazio per prendere o suscitare iniziative. Anche i cittadini colpiti nella loro dignità, devono impegnarsi in questo senso, senza però arrivare, con la violenza, a sostituire una situazione ingiusta con altre ingiustizie. Bisogna sempre prospettare soluzioni costruttive”.

(Pontificia Commissione “Iustitia et pax”, La chiesa di fronte al razzismo, 31)

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