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A 50 anni dal Concilio

Ossa vive, che dal giorno del battesimo possiedono il germe dell’immortalità. Ossa su cui si poserà lo Spirito di Dio e le risusciterà come ha risuscitato il Signore nel terzo giorno. Ossa che risplenderanno di vita e di gloria alla luce del Signore risorto. Ossa destinate alla gloria del Regno, quando tutti saremo sotto cieli nuovi e in terra nuova.

Questo il motivo per cui le portiamo in processione queste reliquie e le incensiamo, come continuiamo a incensare il corpo dei nostri cari e dei fedeli defunti, nel commiato da questa terra.

Non incensiamo l’argento del busto, no; non incensiamo la preziosa cassa artistica; saremmo idolatri e forse stupidi se lo pensassimo. Incensiamo invece queste ossa raccolte perché esse sono ossa destinate alla resurrezione.

Se è così, queste ossa che portiamo in processione, fratelli e sorelle, ci parlano del grandezza immensa del nostro battesimo. Ci parlano della predicazione della Quaresima e della Pasqua fatta dal nostro patrono nell’anno 1260. Ci parlano della Risurrezione di Cristo, che è l’evento che ha inaugurato i tempi nuovi e un nuovo corso della storia. Ci parlano della nostra risurrezione. Sono richiamo alla realtà divina della nostra vita, già ora, da quando siamo rinati dal fonte battesimale; sono richiamo al germe divino, al fermento, al lievito di immortalità, immesso nella nostra carne mortale.

Questa sera vorrei richiamare tutti noi, in pellegrinaggio verso il Regno di Dio, a riscoprire questa dimensione ‘divina’ della nostra vita e il dono che Dio fa alla nostra carne. Lo so. Forse, per molti di noi, parlare di risurrezione può sembrare una cosa astratta, lontana. Alcuni forse ritengono che si tratti di una semplice fiaba per bambini o di una vana credenza, e comunque di qualcosa tanto remota e lontana da non interessarci minimamente al presente. Eppure è tutto qui quello che crediamo.

Crediamo cioè che la nostra carne è carica di immortalità, che la nostra umanità, assunta dal verbo divino, è già trapiantata nel giardino di Dio.

Nel nome di san Gandolfo, vorrei solo invitarvi a fare del battesimo la leva, l’unica leva della nostra vita. È una leva che ci cambia dentro e cambia totalmente il mondo attorno a noi. Ci fa vivere e vedere tutto in modo diverso; ci fa valutare finalmente lo spessore profondo, sublime, della vita umana.

Vogliamo e dobbiamo comprendere che la nostra vita umana, la vita di ogni uomo, chiunque esso sia, in qualunque porzione di terra del nostro pianeta, è vita carica di importanza, vita da rispettare infinitamente, vita da promuovere, vita da accogliere, vita da salvare, vita da amare, da promuovere con tutti i mezzi.

Fratelli e sorelle, se la nostra carne e le nostra ossa sono destinate alla resurrezione, non possiamo prenderci, mai e poi mai, il lusso di fare offesa alla nostra e altrui umanità.

No. Non è consentito allora – mai e poi mai - umiliare e dileggiare nessuno. Giusto ieri, tanto per scendere nel pratico, nella nostra civile società, a Catania, dei ragazzi hanno preso a schiaffi un ragazzo handicappato, così per il gusto di farlo – che divertimento! - con tanto di video, sciocco e delinquenziale nello stesso tempo, messo in giro e postato su facebook. No, non è solo una bravata, è perdita totale di senno e di intelligenza.

Non è consentito prendere in giro, offendere, schiavizzare, sottomettere, ridurre ad oggetto, vendere o comprare, trattare come cosa alcuno, per quanto diverso da noi, per quanto sfortunato, o debole, o indifeso. Non è lecito manipolare, emarginare, discriminare nessuna persona, per quanto di nazione, di cultura, di etnia diversa; né rom, né zingari, né minoranze di qualunque genere, politiche, religiose, etniche, culturali.

In Cristo, ci dice scultoreamente San Paolo, non c’è più né giudeo né greco, né circoncisi e incirconcisi, né schiavi né signori né uomo né donna; poiché siamo tutti uno in Cristo Gesù. Non è permesso offendere e umiliare i bambini, le donne, gli stranieri, gli immigrati, i senza tetto,

Non è concesso speculare, sfruttare, fare profitti e soverchierie di nessun tipo, a nessuno; e non è permesso taglieggiare, ricattare, minacciare, estorcere, rapinare, aggredire né fisicamente né moralmente.

Non è in nessun modo lecito soprassedere o sorvolare cinicamente sui diritti umani, sui diritti di ogni uomo, sul diritto ad avere diritti, sui diritti alla sopravvivenza, alla libertà, alla salute, al lavoro, all’emigrazione, all’istruzione, alla propria realizzazione umana, sociale, religiosa, civile.

L’offesa al fratello o alla sorella, chiunque essi siano, in qualunque modo, più o meno astuto, venga perpetrata, è offesa immensa, gravissima, imperdonabile, alla dignità di immagine di Dio che siamo tutti gli uomini; alla dignità di figli, alla nobiltà divina del nostro essere umani.

Se vogliamo dare un senso al portare le reliquie di San Gandolfo, ricordiamoci che è dal rispetto assoluto che dobbiamo all’uomo e alla nostra umanità concreta, dall’amore totale verso i fratelli, che passa la qualità e la sostanza della nostra fede.

Chiediamo al Signore che questo passaggio delle reliquie di San Gandolfo sia una benedizione per la nostra comunità, per la nostra cittadina, una benedizione per le autorità civili e militari e per quelli che governano la cosa comune e amministrano la giustizia.

Una benedizione per i malati, per le famiglie disagiate, per le persone sole, per coloro che stentano ad andare avanti; una benedizione speciale per coloro, soprattutto giovani, che ancora, come negli 50, sono costrette ad emigrare. Una benedizione per i portatori e per tutti noi qui presenti in questa piazza, che stasera abbiamo il privilegio di portare le sue reliquie in devota processione. AMEN

avvisi

SINODO GIOVANI 2018

Il documento preparatorio

                                                    Lettera del papa ai giovani

                                                     Perché il Sinodo sui giovani

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UOMINI E PROFETI

CHIESA E RAZZISMO

Chiesa e razzismo…

La lotta contro il razzismo sembra ormai divenuta un imperativo ben radicato nelle coscienze umane. La Convenzione dell’ONU (1965) ha espresso con forza questa convinzione: “Qualsiasi dottrina sulla superiorità fondata sulle differenza tra le razze è scientificamente falsa, moralmente condannabile e socialmente ingiusta e pericolosa”. La dottrina della chiesa lo afferma non meno energicamente: ogni teoria razzista è contraria alla fede e all’amore cristiano. Eppure, in contrasto con questa coscienza più matura della dignità dell’uomo, il razzismo esiste ancora e ricompare in forme sempre nuove. È una piaga che resta misteriosamente aperta nel fianco dell’umanità. Per guarirla sono necessarie molta fermezza e molta pazienza, e tutti sono chiamati a farlo.

       Ma non bisogna confondere i diversi gradi e i diversi tipi di razzismo. Il razzismo propriamente detto consiste nel disprezzo di una razza caratterizzata da una sua origine etnica, da un suo colore o dalla sua lingua. L’apartheid ne è oggi la forma più tipica e sistematica: un cambiamento è qui assolutamente necessario e urgente. Ci sono però diverse altre forme di esclusione e di rifiuto, che non sono motivate dalla razza, ma per le quali, tuttavia, le conseguenze sono simili. Bisogna opporsi fermamente ad ogni forma di discriminazione. Sarebbe ipocrita accusare un solo paese, il rifiuto di tipo razzista esiste in tutti i continenti. Molti mettono in pratica le discriminazioni aborrite dalle loro leggi.

       Il rispetto di ogni uomo e di ogni razza è il rispetto dei diritti fondamentali, della dignità, dell’uguaglianza fondamentale. Non si tratta, certamente, di cancellare le differenze culturali. Ciò che conta è, piuttosto, educare ad apprezzare positivamente la diversità complementare dei popoli. Un sano pluralismo risolve il problema dell’ottuso razzismo.

       È necessario condannare il razzismo e gli atti di razzismo. Può essere opportuno applicare misure legislative, disciplinari e amministrative a questo riguardo, senza escludere pressioni esterne appropriate. I paesi e le organizzazioni internazionali dispongono di ampio spazio per prendere o suscitare iniziative. Anche i cittadini colpiti nella loro dignità, devono impegnarsi in questo senso, senza però arrivare, con la violenza, a sostituire una situazione ingiusta con altre ingiustizie. Bisogna sempre prospettare soluzioni costruttive”.

(Pontificia Commissione “Iustitia et pax”, La chiesa di fronte al razzismo, 31)

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